Domenica 23 maggio 2010.
Bagno Marconi (quello convenzionato con l’Hotel Leonardo), Cesenatico.
Ore 12,10
Mi sono appena accorta di essermi arrostita per benino. Il primo weekend di sole mi ha regalato una bella abbronzatura a strisce. Perché non puoi pretendere di uscire uniforme se ti piazzi a leggere sulla sdraia arrotolata come un bruco peloso. Minimo minimo, una bella striscia in bianco sul collo e un paio di striature sulla pancia sono la cosa più bella che ti possano capitare.
Ore 12,29.
Messaggio di Mattia, il mio fidanzato.
Unico, nel senso che è di una parola sola: Perticara.
E dove cazzo è Perticara? Mi chiedo con la consueta finezza che contraddistingue i miei pensieri solitari sotto l’ombrellone giallo e rosso del Bagno Marconi (quello convenzionato con l’Hotel Leonardo), Cesenatico, dove ormai mi trovo da almeno un paio d’ore a cuocermi sotto il sole e leggere il libro di una donna in menopausa a sua volta in lotta con altri tipi di caldane?
Prendo una cartina che il mio fidanzato mi ha dato prima di partire.
Era quella che c’era nel pacco gara. E lui l’ha gentilmente data a me.
«Così» ci ha tenuto a dirmi «quando io arrivo ai ristori e ti mando i messaggi, tu puoi vedere dove sono.»
Carino, penso. Invece di ritagliare la cartina e appiccicarla sul manubrio della bicicletta per vedere dove andare eccetera eccetera, ha preferito darla a me per farmi stare tranquilla e seguirlo idealmente nella sua immane impresa: la gran fondo di sti cazzi, dove mi ha trascinato con l’inganno prospettandomi un rilassante weekend di mare.
Al Bagno Marconi. Quello convenzionato con l’Hotel Leonardo. Cesenatico.
Un tranquillo weekend fra tredicimila ciclisti più indotto di mogli, fidanzate, compagne e tedeschi che da circa un giorno hanno attraversato le frontiere per godersi le feste della Pentecoste sulla riviera romagnola.
La gran fondo di sti cazzi, ci tiene a spiegarmi Mattia, è la Nove Colli, mica una qualsiasi. 210 chilometri di fatica su e giù per i colli nell’entroterra romagnolo. Il già citato Perticara, il Ciula, il Marmotto (lo spauracchio del gran casotto), il Gorolo, il Pugliolo, il Polentolo e via dicendo.
Mi ridimensiono sulla Nove Colli di sti cazzi e lo ringrazio per la carineria di donarmi la sua cartina. Forse è un po’ piccato e mi dice che tanto a lui non serve, c’ha il GPS e una tabellina stile «bigliettino per copiare» con tutte le salite, le pendenze, le durate che gli fa da promemoria. Giusto, penso, magari nella confusione si dimentica che deve fare in tutto quei 210 chilometri…
Ore 13,30
Passa un’oretta e riguardo la cartina. Provo a fare delle ipotesi. Uso le spanne, faccio qualche conto, se ci ha messo tanto per arrivare qui allora ce ne potrebbe mettere tot per arrivare là. Ovviamente è inutile dire che ignoro completamente il concetto di dislivello, treni da prendere e non prendere e via dicendo. Mi regolo con l’unico conticino – la proporzione – che mi ha insegnato la matematica oltre il più il per il meno e il diviso e mi rimetto a leggere.
Nel frattempo il fragore del Bagno Marconi ha continuato ad aumentare. Mi guardo attorno e mi trovo nel bel mezzo di un gineceo: il famoso indotto di quella infinitesima parte dei tredicimila ciclisti che ha deciso di alloggiare all’Hotel Leonardo…
Ore 14,05
«Quando ti mando i messaggi… sai dove sono» la frase mi ronza nella testa.
Se non altro perché i messaggi fino alle 14,00 sono stati: 1. E ci tengo a precisare che la cifra rimarrà tale per l’intera giornata.
Faccio finta di niente.
Ore 14,45
Sotto l’ombrellone delle mie vicine fa la sua comparsa un uomo con le gambe perfettamente depilate. Ergo: un ciclista che ha finito la Nove Colli. Anche lui è pelato. Se dovessi fare un identikit del ciclista tipo direi: alto, magro, pelato, abbronzatura a mezza manica, gambe lucide con qualche accenno di varicosa e occhiale aerodinamico. Il mio fidanzato, annoto, è solo pelato per il resto… be’ per il resto ha avuto una crisi adolescenziale fino a qualche giorno fa sul farsi o non farsi i peli. Mi sembrava un extraterrestre, un alieno, un essere posseduto. Ma poi, arrivando a Cesenatico, per la gran fondo di sti cazzi, ho capito. I ciclisti sono tanti e si fanno di qualcosa di strano, potrebbero tranquillamente ripopolare un altro pianeta e con la potenza delle cazzate che sparano far girare attorno al loro asse tutte le palle dell’intero sistema solare.
Ore 15,00
Fra le mie vicine c’è la moglie di uno del grupo (pronunciato con una bella u piena). Anche lui non è arrivato. Ci teniamo vicendevolmente informate come novelle vedove bianche. Di tanto in tanto dal suo ombrellone la sento gridare: «Il tuo è arrivato?».
La capisco, ormai non sai più come chiamarli. Marito? Fidanzato? Ragazzo? Compagno? Convivente?
«Il mio? No, il mio mi ha mandato un sms a mezzogiorno e poi il black out».
In un attimo è un proliferare di il mio, il suo, il tuo, il mio, il mio, il tuo, il suo…
Ore 15,15
Ed è ufficiale: sono preoccupata.
Con insistenza, e appropriandomi del gergo alieno comincio a pensare: Sarà buio, essì, non ne ha più e sarà così buio da aver smarrito la memoria di qualsiasi vincolo parentale o pseudoparentale. La prossima volta mi fidanzo con uno che gli pesa il culo anche scendere le scale per un piano.
Ore 15,30
Sotto l’ombrellone in quarta fila a est arriva un signore con i capelli bianchi e la pelle flaccida sui pettorali. È romano. «Aho, aho ah…» e crolla ai piedi della moglie.
Ore 16,00
Ma allora non è buio!
È solo una sega.
Penso.
Ore 16,30.
Il telefono squilla.
La faccia del mio fidanzato appare sullo schermino.
È vivo.
Dall’altra parte uno speaker che urla, e una voce tremula.
«Pronto, pronto.»
Qualcuno arranca.
Forse la persona che parla non è propriamente viva.
Ipotizzo che dall’altra parte chi mi sta parlando non sia neanche Mattia, ma un vecchio che lo sta soccorrendo e dopo aver digitato il numero ICE (IN CASO DI EMERGENZA), mi sta per dire: “Il suo fidanzato è molto buio, io alla sua età se avessi avuto una bici così, il Marmotto me lo sarei fatto a tutta”.
E invece è proprio Mattia.
In una versione Adrianacel’hofatta, mi annuncia di essere arrivato.
La comunicazione si interrompe.
Ma dovrebbe essere più o meno vivo.
Arriva la sera.
Siamo nel letto dell’Hotel Leonardo.
Chiedo a Mattia: «Perché anche quel signore con la pelle flaccida e i capelli bianchi è arrivato molto prima di te?».
Ed è mentre sto per sballare inalando l’odore pungente della crema mentolata che oltre a imperlare – si fa per dire, perché alla fine non si è depilato – le gambe di Mattia, ormai ha irrigidito anche le tende della stanza, che faccio una grande scoperta. C’era anche un percorso breve di 130 chilometri (quasi la metà) e il mio fidanzato non è per niente una sega. Anzi è stato proprio bravo! E mi tocca ringraziarlo perché mi ha fatto scoprire un mondo che – esaltati a parte – è fatto di persone tenaci, appassionate, disposte a sacrificare i tempi e le prestazioni per aiutare i compagni ad arrivare alla fine.
«Catia, volevo dirti» mi dice Mattia prima di collassare «Barbotto, il nome giusto è…».
Buio. Adesso è davvero buio.
P.S. Ovviamente niente sesso. Ma non per via dell’astinenza dello sportivo. È che mi sentivo osservata.
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AHAHAHAH
Catia! ma tu devi scrivere sempre!!!!!
sei anni luce più divertente di tutti noi, e sopratutto di Mattia ! :P
W Catia!
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cara,carissima Catia,
ti capisco in pieno ed ho molto riso e sorriso leggendo le tue parole….
io sono moglie di uno di quei pazzi e “malati” di ciclismo…
la sua ORBEA, scrivo maiuscolo il nome della sua bicicletta per rispettare il rapporto di amore e odio verso di lei), riposa a fianco del nostro letto tutte le notti “mi domando come mai non sia ancora finita nel talamo al mio posto”:-)se non indossa una nello di diamanti è solo perchè non ha le dita….
ovviamente c'ero anch'io a Cesenatico, con la nostra bambina di 6 anni che da quando ha imparato a tenere in mano una matita ha disegnato suo padre praticamente sempre in bici o con alle spalle monti e salite…
il mio commento per dirti che ho seguito Emanuele in moto per una parte della 9 colli e gli ho passato 3 rifornimenti.
Ho visto la sua caparbietà, l'impegno, la fatica…mi sono commossa….
magari la prossima volta ci arrostiamo insieme se ti va, e mi sento di darti un piccolo consiglio…cambiate crema (quella al mentolo mi ha quasi uccisa…) ed i massaggi impara a farglieli tu….è un momento durante il quale potresti riuscire a fargli promettere di tutto…….
con comprensione infinita,
Silvia Monza
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siete grandi compagne di grandi uomini!
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sempre detto io che bici e donne , salvo eccezioni, sono incompatibili.
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spettacolo di racconto! Davvero!!!!!!
Ah complimenti al Màttia davvero!!!!
ciao ciao!
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Fantastica, questa me l'ero persa… Catia, bellissima cronaca di una giornata da ricordare: brava, si intuisce benissimo che alla fine l'hai apprezzata anche tu, anche se solo attraverso il suo unico, misero sms!
Mat, te la invidio da matti, pensa che “la mia” mi è venuta a vedere di sfuggita per la prima volta dopo 15 anni di ciclismo e solo perché ce l'avevano accompagnata!!!
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