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Olivs On ottobre - 12 - 2011
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Riporto pari pari l’articolo di Repubblica di di EUGENIO CAPODACQUA:

ROMA – Dodici anni di squalifica. La richiesta della Procura Antidoping del Coni nei confronti di Riccardo Riccò per la vicenda della presunta emotrasfusione, da lui sempre negata, emersa dopo il ricovero d’urgenza nel febbraio scorso all’ospedale di Pavullo prima e poi a quello di Baggiovara (Modena) sembra commisurata alla gravità dei fatti accertati nel processo di Modena istruito dal pm Mazzei. Riccò è recidivo dopo la positività al cera al Tour 2008 e i due anni di stop scontati. E, secondo le discusse regole della Wada, alla seconda grave infrazione avrebbe dovuto essere radiato. Cioè messo fuori dallo sport per sempre. Ma questa volta la Procura è stata prudente, ammaestrata da precedenti esperienze: il caso Da Ros, fermato per 20 anni, record assoluto per una richiesta di pena nel campo del doping, sanzione poi ridotta a soli 4 anni dopo l’immancabile ricorso al Tas, il tribunale arbitrale dello sport.

Spesso le regole dello sport si rifanno ad atteggiamenti manichei che poco hanno a che fare con la natura attuale dello sport stesso. Nei casi in questione, infatti, trattasi di professionisti per i quali la pratica sportiva costituisce un lavoro vero e proprio. Un diritto garantito dalla costituzione. Se è vero che per accedere a determinate professioni occorrono requisiti specifici, come ad esempio la fedina penale pulita, è altrettanto vero che l’ergastolo (questo rappresenta la radiazione) è proporzionato solo a pene gravissime. E’ vero: il danno che ha fatto Riccò al movimento ciclistico in termini di immagini e credibilità è enorme. Ma, pur soprassedendo sui tanti personaggi “sulfurei” che – come lui – sono incappati più volte nella rete e operano tutt’ora indisturbati all’interno del movimento, non dimentichiamoci che parliamo pur sempre di doping in un paese in cui gli assassini vanno liberi (casi Meredith e Scazzi) per l’approssimazione delle indagini e/o la scarsa professionalità degli operatori. Per non parlare di chi, occupando il potere, si aggiusta le leggi “ad personam”.

E’ giusto ed equilibrato mostrare il massimo del rigore in questi casi e tollerare lo sfascio in tutto il resto? Sorvolando sugli aspetti più o meno anticostituzionali di un provvedimento come la radiazione, verrebbero a cadere tutti i presupposti di una pena che dovrebbe – secondo i giuristi – indurre al reinserimento e alla rieducazione del “colpevole”. Dunque bene fa la Procura Coni a non calcare la mano, anche se il carattere e la protervia del personaggio meriterebbe ben di peggio dei 12 anni. Come invoca il tam-tam dei blog su internet. La gente non perdona l’arroganza, ma l’accetta dai potenti…

Dodici anni: considerando che l’emiliano di Formigine ne ha 28, vuol dire che Riccò potrebbe teoricamente tornare alle gare a 40 anni suonati. Come dire: una carriera bruciata per intero. Il sistema-sport respinge il piccolo-grande “peccatore”. Lo mette all’indice. Non gli chiude del tutto la porta in faccia, ma lo relega in un angolo. Per Riccò, qualora la richesta venisse accolta in toto dal Tna, il tribunale nazionale antidoping, il ciclismo nei prossimi anni potrebbe essere solo un valido diversivo alla noia e alla possibile depressione. Una situazione in cui si è cacciato da solo. Nonostante le esperienze passate e i tanti inviti alla prudenza e alla moderazione. Il fatto è che certe abitudini difficilmente si dimenticano. E se, come racconta Millar nel libro autobiografico che illustra il suo viaggio negli “inferi” del doping e il ritorno alla vita delle gare e delle competizioni di livello, per anni sei abituato ad un ambiente totalmente indifferente all’etica, aduso alla furbizia e all’imbroglio, anzi dove la furbizia e l’imbroglio sono cosiderate parte integrante del “lavoro”, dove quello che conta sono solo le vittorie e i soldi, l’appoggiarsi all’aiuto esterno diventa naturale e scontato. Se non accetti quelle “regole” feroci sei un escluso.

Dopo una vittoria a De Panne, ancora senza “aiuti”, Millar mostra ai compagni il referto delle analisi: “Ero felice – racconta – di far vedere a tutti che avevo vinto a De Panne con il 40 per cento di ematocrito. Mi aspettavo che si congratulassero con me. Invece ebbi solo indifferenza e qualcuno obiettò freddo: ma perché questo qui non è a 50?”. Cinquanta (htc 50%) era il limite allora imposto dalle regole antidoping (ora mutate) e non c’è accorgimento fisiologico che consenta di passare da 40 a 50 se non attraverso la farmacia proibita. Se quello è il “sistema” che si metabolizza da giovani, poi difficilmente si cambia registro. E il mondo dello sport invece di lavorare per far cambiare questo ambiente (qualcosa si muove nel ciclismo, ma molto, molto lentamente: gli uomini del doping sono ancora tutti lì, all’interno del movimento…), si limita spesso solo alla pur giusta punizione dell’ultimo colpevole. Giusta, perché nessuno si fa cacciare un ago in vena o si procaccia doping senza sapere nulla sulle conseguenze. Ma non risolutiva del problema. Tanto più roboante quanto più il nome è famoso e tanto più giustificativa di un sistema che invece fa acqua da tutte le parti. Dove l’antidoping internazionale è ancora gestito all’interno del mondo dello sport, dunque è auto referente e condizionato più dalle esigenze del business e dello spettacolo che dalle norme che esso stesso si detta, continuamente stravolte. Così c’è chi paga e giustamente (Riccò) e chi (Contador) a più di un anno dal “delitto” (positività al salbutamolo al Tour 2010) corre e vince senza problemi. In attesa di giudizio. Non dovremmo essere siamo tutti uguali di fronte alla legge?

RICHIESTA L’ARCHIVIAZIONE PER PAOLINI – A seguito dell’inchiesta per traffico di sostanze dopanti è stata richiesta l’archiviazione del procedimento disciplinare nei confronti dell’azzurro Luca Paolini al Coni. Nel comunicato si precisa che la Procura della Repubblica di Como aveva a suo tempo ricevuto gli atti dal Gip di Bergamo e si era dichiarato incompetente.

Fonte: La Repubblica

Categorie: bicicletta, news
  • http://www.mactutorials.it Olivs

    Non ho parole davvero, dargli 12 anni significa comunque e nonostante tutto fare in modo che rientri nel mondo del ciclismo. Ne prenderà forse quattro, anche sei, ma alla fine rientrerà. Siamo alle solite

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     Wie das Gefühl, wie wir durch die H?hen und Tiefen sind es nicht. Ein einfaches Ziel, k?nnen die Fans auch Angst, wie flach fan!

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